martedì 3 maggio 2016

"Discorso sopra l'Italia, patria mai nata" - Capitolo XVI


DISCORSO SOPRA L'ITALIA, PATRIA MAI NATA
di
Michele Filipponi


- Capitolo XVI -



E son più anni ormai poscia passati, eppur di cozzo in cozzo verso l'abisso procedon le tue scelte, laonde codesto movimento infasciato di nere camicie che nulla di nôvo porta sotto lo splendente Febo1, (giacché fascismo v'è sempre stato in tutte le storie et in ogne vita e politica anco democratica e non per questo perciò fu sempre male, in guisa che puro 'l popolo spesse volte ne trasse enormi benefici) codesto movimento dicevo, di macabra parodia or veste panni. E tratteggia usi e costumi e motti e detti da farne una cultura da macchietta, giocolando coll'antichi riti romani, riduce la gloria ad una farsa in màscara, una carnevalata composta da migliaia di Pulcinella, ma armati et esaltati dall'Alcide2 pappagorgiato e dunque pericolosi. Fu questo 'l fascismo italico, ch'assunse da quinci innanzi valore in tutto 'l mondo di dittatura et anti-democraticità quando in realtà altro non si trattò che di mero totalitarismo grottesco, d'una armata Brancaleone presa su il serio e che su il serio si pigliava e perciò incandescente divenne 'n braccio all'Europa (che d'alcune parti scottar si fece, finendosi per bruciar con esso lui), d'un pauroso scherzo della natura, bande di soldatini marcianti a braccio teso, di cui aver timor e risa suscitando al tempo istesso. Codesto, o triste Ausonia3, fu 'l fascismo italico... la carnevalata del potere, ch'ebbe effetto su quest'ultimo di deformante parodia, così ch'amava presentarsi al pubblico arlecchinando abiti da suscitar risa molte, ancor oggi. Coi sua pantalon grigioverdi, la nera camicia, 'l moschetto in braccio e 'l fez4 in capo così come usavan l'ottomani. Eppuro folle oceaniche vennero incantesimate propio da quell'Eracle imbolsito de noaltri, che ritornò a far stragi in Africa5 come li suoi democratici predecessori et in patria seppe sfruttar li nôvi ingegni de propaganda quali radio e cinema, costruendosi così di giorno 'n giorno 'l propio culto. E gli italiani? Deh, 'briachi di Duce! Parecchi d'essi lo seguirno seppur non in toto, giacché qualcun si ritrasse (et manifestandolo finì carezzato da' manganelli e dissetato di ricino), ma la più larga parte fu quella che in tutte l'epoche vince la disputa, ossia la razza scellerata degli ignavi e degli affaristi che di palo in frasca spiccano salti a seconda di dove pende la bilancia, cosicché ogne potere di passaggio vien da essi assecondato o ignorato nel rimbombo d'un silenzio assenso. E questo lo vediamo ancora oggi ne' vecchi cinegiornali, quando baldanzoso come Turno in faccia al pio Enea6, tronfio dal bancone di Piazza Venezia, pavoneggia le mosse stentoree lanciando versi forgiati dalle fiamme d'Ares7, con voce piena verso la folla. E quella che lo acclama e risponde a grido, come tante invasate Baccanti in preda alla frenesia estatica di Dioniso8. O sì, evoè satàn, evoè satàn alèppe!9 Eccoli i tuoi italiani... d'un tratto tutti divenuti merdosissimi come la puttana Taide, che rispuose al Duce suo quando disse: “Ho io grazie grandi appo te?” - “anzi maravigliose!”10. Oh adulante folla d'inutili ruffiani! Qual sortilegio ti colse? Perché 'l facesti? Prostrarti a tal punto dinnanzi a un tiranno fello!11 Ma 'l popolo facea, come i più fanno, ch'ubbidiscon più a quei che più in odio hanno12, sicché difatti, benché i più assecondassero l'onda, vi fu chi con coraggio e a costo de la vita, notò controcorrente in verso al boia.
Giunsero le leggi fascistissime, la caccia al giudìo, a lo zingaro, a lo storpio, a l'obiettore, all'antipatico, al dirimpettaio, al parente, al padre. Giunse l'armaggedon de' popoli, il buio della storia. Ahi dura terra, perché non t'apristi?13 quando oltralpe pigliò potere la nôva creatura sorta dal seme del movimento italico, una progenie teutonica, determinata, estranea alla paterna cialtroneria nostrana che proclamava rigore e disciplina, obbedienza e lealtà ma alla “se famo du' spaghi”, alla “vedi 'o mare quant'è bello”, alla “je damo de pizza e mandolino”. Il primogenito alemanno, malato dell'istessa ideologia del babbo, niente avea di Pulcinella o d'Arlecchino, niente di Bertoldo o Cacasenno, di Bertoldin14 o un che di fantozziano. Metodico, risolutivo, feroce, niun riso suscitava a guardarlo. Era tedesco, figlio d'un megalomane cialtrone italiano; e come 'l primo venne preso su il serio. E più del primo si credêa ariano. E non sapêa ridere. E non facêa ridere. 
Era tedesco.




1.  È l'epiteto del dio Apollo nella mitologica greca, poiché esso veniva rappresentato come il sole. Febo infatti (in greco “phoibos”) significa “splendente”.

2.  È l'epiteto poetico di Eracle, così chiamato in quanto Alceo (Re di Tirinto) era suo nonno putativo. Va ricordato però che Eracle fu concepito da Alcmena e Zeus, che prese le sembianze del marito di lei, Anfitrione. Alceo quindi, per chiarire, sarebbe il padre di Anfitrione. In questo contesto, Eracle, l'eroe greco delle 12 fatiche, simbolo della potenza virile del corpo, viene accostato ironicamente alla figura di Mussolini.

3.  “Ausonia”, che prende il nome dall'antico popolo degli Ausoni stanziati nel centro-sud Italia, fu un termine poetico greco e latino, con cui venne identificata l'intera penisola, già in epoca romana.

4.  Il “fez” è un copricapo maschile di lana, che prende il nome dalla città di Fez in Marocco, da cui sembra che sia originario, anche se la sua maggiore diffusione si è avuta in Oriente, in particolar modo nella Turchia degli Ottomani. Fu adottato dal fascismo non più nell'originale versione rossa, ma nera.

5.  Si fa qui riferimento alla guerra d'Etiopia del 1935-36, combattuta dall'Italia fascista contro uno degli ultimi due stati africani indipendenti rimasti, l'impero d'Etiopia, che in sette mesi di combattimenti (caratterizzati anche dall'impiego massiccio di armi chimiche da parte italiana) venne infine sconfitto annettendolo così all'impero coloniale italiano.

6.  Turno fu il re dei rutuli che nel Lazio sfidò Enea esule da Troia, nel dodicesimo ed ultimo libro dell'Eneide di Virgilio. L'eroe rutulo, che prima dello scontro finale, sprezzante del nemico, definì Enea un effeminato, verrà infine sconfitto da quest'ultimo ed ucciso senza pietà.

7.  Ares fu il dio greco della guerra, che i romani chiamarono Marte.

8.  Il dio greco Dioniso (Bacco per i romani), fu il dio del vino, dell'estasi e della liberazione dei sensi. Il suo culto veniva festeggiato durante i Baccanali, dalle sue devote seguaci, le Baccanti, che vestite con pelli d'animali morti, danzando e cantando, celebravano il Dio in preda all'estasi più totale.

9.  La frase di giubilo in questione, che ha qui significato satirico nei confronti dell'idolatria che la folla di piazza Venezia esterna verso Mussolini, non è altro che un miscuglio tra il grido di gioia delle Baccanti in estasi (“Evoè”, tant'è che Bacco prese l'appellativo di Evio proprio per questo motivo) e il celeberrimo incipit del settimo canto dell'Inferno dantesco in cui Pluto esordisce contro i due poeti, dicendo: “Pape Sàtan, pape Satan aleppe!”, frase dal significato misterioso, malefica e probabilmente senza un senso preciso.

10.  Taide fu un personaggio della commedia dell'Eunuchus di Terenzio, rappresentate una prostituta amante del soldato Trasone. Nella prima scena del III atto il soldato chiede al mezzano della donna, Gnatone, se ella avesse gradito il dono di una schiava. Alla questione se Taide lo ringraziasse molto, ha in risposta "Ingentes" cioè "moltissimo". Questo episodio, citato da Cicerone nel suo De Amicitia, quale esempio palese di adulazione, poiché alla domanda alla quale bastava rispondere con un sì venne data una risposta spropositata, verrà poi ripreso anche da Dante nella Commedia (e noi è a quella che facciamo riferimento) nei versi 133-135 del XVIII Canto dell'Inferno, che recitano: “Taïde è la puttana che rispuose al drudo suo quando disse "Ho io grazie grandi appo te?": "Anzi maravigliose!". Nel nostro caso, la terzina è stata rivisitata sostituendo a “drudo” la parola “Duce” con significato ironico e satirico verso il servile e ridicolo atteggiamento italico, riassunto nel famoso motto del “Mussolini ha sempre ragione”.

11.  Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVIII, v. 81. Il “tiranno fello” a cui si riferisce Dante è Malatestino I Malatesta detto dell'Occhio (per il fatto che ne aveva perso uno) che fece “mazzerare”, ossia annegare in sacchi piombati presso Cattolica “i due miglior da Fano”, Guido del Cassero e Angiolello da Carignano.

12.  Ludovico Ariosto, Orlando furioso, canto XXXVII, ottava 104

13.  Dante Alighieri, Inferno, Canto XXXIII, verso 66

14.  “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” sono i tre protagonisti sgangherati della raccolta di racconti dal titolo omonimo, scritti nel 1620 da Giulio Cesare Croce. Nel 1984 Monicelli ne fece una famosa e deliziosa versione cinematografica con protagonisti Tognazzi, Sordi e Lello Arena.


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